La Grande Piramide di Giza continua a suscitare interrogativi a oltre quattro millenni dalla sua costruzione. Non sono soltanto le dimensioni del monumento a colpire, ma soprattutto la complessità dei suoi ambienti interni: corridoi in salita e in discesa, camere, passaggi, la Grande Galleria, il pozzo di servizio e i cosiddetti condotti di aerazione.
Nel libro La Grande Piramide e i suoi tesori ancora da scoprire, Cesare Pasini propone di leggere questi elementi non come il risultato di modifiche successive al progetto, ma come parti di un unico sistema concepito fin dall’origine con uno scopo preciso: proteggere la sepoltura del faraone Cheope.
Una gigantesca “serratura” di pietra
Il punto di partenza dell’interpretazione è il sistema di chiusura della piramide. Secondo Pasini, la particolare disposizione dei corridoi, della Grande Galleria e dei blocchi destinati a sigillare i passaggi formava una sorta di enorme meccanismo di sicurezza.
La Grande Galleria, ad esempio, non avrebbe avuto una funzione puramente simbolica o cerimoniale: sarebbe servita anche a custodire i blocchi che, al momento della chiusura definitiva della piramide, avrebbero dovuto scivolare lungo il corridoio ascendente, rendendo estremamente difficile raggiungere le camere superiori.
In questa lettura assume particolare importanza anche la circolazione dell’aria. Le camere principali si trovano infatti più in alto rispetto all’ingresso. Pasini sostiene che, una volta completata la chiusura, l’assenza di un adeguato ricambio d’aria avrebbe costituito un ulteriore ostacolo per eventuali predatori. Gli stessi condotti di aerazione diventano quindi un elemento funzionale dell’intero progetto.
È proprio questa interpretazione tecnica dell’architettura interna della piramide di Cheope a costituire il cuore della tesi sviluppata nel libro.
Se il sistema era così efficace, perché la piramide fu saccheggiata?
Da qui nasce la domanda che apre la seconda parte dell’indagine: se il meccanismo era stato progettato per rendere estremamente difficile l’accesso alle camere funerarie, come è stato possibile violare la piramide?
La risposta proposta dall’autore è radicale. Alcuni elementi del sistema di chiusura che avrebbero dovuto costituire gli ostacoli più difficili non sarebbero stati messi in funzione come previsto. Per Pasini, ciò suggerirebbe un sabotaggio avvenuto tra la fase finale della costruzione e le operazioni successive alla morte di Cheope.
Il libro indica come possibile responsabile Djedefrè, immediato successore di Cheope. La ricostruzione resta dichiaratamente ipotetica: secondo l’autore, la posizione di Djedefrè gli avrebbe consentito di conoscere il funzionamento del sistema e di intervenire sulle operazioni di chiusura, rendendo successivamente possibile il saccheggio.
Una seconda tomba per Cheope?
L’ipotesi del sabotaggio conduce alla parte forse più affascinante del libro. Se la sepoltura di Cheope fosse stata violata poco dopo la sua morte, il successivo faraone Chephren avrebbe dovuto affrontare il problema di dare al padre una nuova sistemazione funeraria.
Pasini individua un precedente nella vicenda della regina Hetep-heres, madre di Cheope, alla quale gli archeologi attribuiscono una seconda sepoltura dopo la violazione della prima tomba. Seguendo questo ragionamento, l’autore ipotizza che anche Cheope possa essere stato nuovamente sepolto e che la sua seconda tomba possa trovarsi sotto la piramide di Chephren.
La presenza della Sfinge e del relativo tempio nel complesso attribuito a Chephren viene analizzata nel volume come uno degli indizi da mettere in relazione con questa ricostruzione.
Un’ipotesi che oggi potrebbe essere verificata
La parte finale del libro sposta quindi l’attenzione dalle interpretazioni alla possibilità di una verifica concreta. Le moderne tecniche di indagine non invasiva, dal rilevamento dei muoni al georadar, permettono infatti di cercare cavità e strutture nascoste senza ricorrere immediatamente agli scavi.
È questo forse l’aspetto più interessante dell’esegesi proposta da Pasini: il mistero della Grande Piramide viene affrontato non attraverso spiegazioni esoteriche, ma cercando di mettere in relazione architettura, tecnica costruttiva, esigenze funerarie e indizi archeologici. Il risultato è una ricostruzione certamente da verificare, ma costruita come una concatenazione di problemi e possibili soluzioni, fino alla domanda finale: Giza nasconde ancora una sepoltura faraonica sconosciuta?
